venerdì 14 ottobre 2011

Il colore ci salverà

Mi sveglia il rumore di un aereo. Siamo a metà ottobre e sono riprese le esercitazioni. Si muovono in lontananza, con scatti agevoli e pronti. Per certi versi possono essere anche affascinanti, questi volatili della modernità, simbolo stesso dell'arroganza dell'uomo, del suo mettersi al centro di tutto senza porre al centro di tutto la propria umanità. Si levano sul cielo di Capo Frasca, nella verginità perduta, contaminati nelle fibre dell'aria araba che hanno da poco finito di bombardare. Ogni rumore che sento è la sintesi codificata delle urla della gente morta sotto l'inutile teatro di una guerra priva di senso. Per un gioco perverso del dormiveglia cerco anche di trarne un significato. Immagino gli scenari, la memoria che gli uccelli della morte hanno acquisito, immagino persino che un po' si sentano in colpa e che vedendo le dune alte su cui io ora galleggio soffice come una gomma impermeabile in un oceano di oro liquido, tremino e sobbalzino nel ricordo dei deserti libici.
Se chiudo gli occhi vedo una donna bellissima, con un velo al viso, avvolto intorno alla testa, quel tessuto delicato e morbido che ricopre il viso in segno di rispetto e dignità, in culture così lontane da noi, che la nostra assoluta bassa statura spirituale ci impedisce di non temerle.
Se chiudo gli occhi vedo una donna bellissima avvolta da un velo, ma senza armonia, ne vedo gli occhi coperti, semi coperti da una trasparenza, come fosse un fantasma nel mosso di un'agitazione violenta, liberatoria, sofferente... la bocca scoperta come in un blasfemo ribaltamento dei sensi, visibile e urlante nella disperazione.
Un blasfemo ribaltamento del senso, ecco cosa siamo noi, la nostra società perfetta, la nostra grande civiltà liberalizzatrice. Quella civiltà che mentre dichiara al mondo la propria purezza, uccide in carcere ragazzi che stavano solo canticchiando per strada o che detenevano una dose di roba al di sopra del consentito. Li uccide di botte, come uccide ragazze che hanno subito violenza sessuale solo perchè hanno il coraggio di denunciarlo. Quella civiltà che mentre esporta la democrazia non permette ai propri cittadini di scegliere la propria salute, imponendo attività inquinanti a popolazioni che sono storicamente marginali, ma di cui comprano il consenso attraverso la paura e le briciole di una grande torta. Quella civiltà che indica come ignoranti tradizioni millenarie mentre il proprio modo di profondere cultura è quello di togliere fondi a scuole che crollano, come è successo in questi giorni ad Arborea.
Se chiudo gli occhi vedo quella donna e sorrido perchè devo la sua vita alla creatività di Cridar, nel suo capolavoro fotografico, e la ringrazio perchè ne apre il sito... sorrido perchè a prescindere da tutti i differenti significati che quella foto avrà assunto per la sua autrice, a prescindere dalla direzione, dal luogo di nascita, dall'infanzia, dalla maturità che essa avrà ricevuto nel dono di un destino dal suo genio, nella mia visione ho creato una dimensione parallela, una linea diversa, un fato simbolico da eroina dell'anti occidente.
Tutto è in bianco e nero, sfumature di un futuro grigio e di un passato che si reinterpreta e si accortaccia su sè stesso, come acceso dal fuoco della verità, che spegne l'iride e lascia solo la cenere bianca.
Ho bisogno di colore, ne ho bisogno in cucina.
Taglio alla julienne 2 peperoni rossi e 2 peperoni gialli, 3 zucchine, 2 carote, affetto del cavolfiore, spezzetto una cipolla e uno spicchio d'aglio, li metto in una padella con dell'olio d'oliva. Li lascio tostare bene, aggiungo dei gamberetti freschi e del brodo, ne finisco la cottura e appena prima di spegnere, cospargo di curry il contenuto della padella.
Faccio bollire 4 etti di riso a parte, lo raffreddo e lo verso nella padella. Aggiungo un po' di sale e mescolo il tutto.
Ecco il risotto sabbie d'oro per 4 persone. Lo servo ai miei ultimi clienti della stagione, consigliando un buon Torbato di Alghero come vino da affiancare.

Ingredienti:

2 peperoni gialli
2 peperoni rossi
3 zucchine
2 carote
1/2 cavolfiore
1 cipolla
1 spicchio d'aglio
olio d'oliva q.b.
brodo vegetale q.b.
sale q.b
curry q.b. (intorno ai due cucchiai)
400 g riso paraboiled

lunedì 3 ottobre 2011

Un risveglio agitato e affamato

E' ottobre e fa caldo. Sembra un ossimoro ma non lo è. Ho visto un agosto con un mare agitato e un forte vento di maestrale, quasi quasi veniva voglia di accenderlo quel camino, nella sala gremita di anime inquiete, che guardavano il soffitto in legno come si guarda il cielo in attesa di un sogno divino. Lei non c'è, la porta è aperta, penso che sia andata via, in realtà non è qui da troppo tempo ormai. Esco dal dormiveglia come Leonardo di Caprio in Inception, e mi ricordo che fra una settimana lo daranno in tv, che effetto strano, un film visto su uno schermo del pc come se esistesse solo per te, vederlo spiattellato su uno strumento mediatico di massa. Il sogno è qualcosa che mi impaurisce, non parlo degli incubi, quelli mi terrorizzano, ma di tutti i sogni, anche dei più belli. In fondo è un megascreen in cui il tuo inconscio ti spiattella desideri irrisolti, amplifica il tuo stato d'angoscia e di insoddisfazione, ti mette a volte energia, ma quella energia ansiosa, quell'energia che ti spinge a cercare un quadro che la tua ragione non potrebbe e forse non vorrebbe concepire.
Ho sempre pensato che io non sono tutto me stesso. Che l'io è un ospite del sè, una parte, una specie di pilota che cerca di condurre un aereo che non ha costruito e di cui non conosce tutti i meccanismi automatici. Il fatto è che prima di partire nessuno di noi può fare una check list con l'equipaggio e che in fondo l'equipaggio non esiste perchè la compagnia si chiama solitudine.
C'è il sole e fa caldo. Stanotte ho fatto un sogno.
Ho sognato che il mondo era una gran sigaretta fumata da Dio, che mentre il signore aspirava lunghe boccate che bruciavano tutto e ci rendevano lentamente cenere io l'osservavo da fuori, già granello grigio depositato su un posacenere d'oro.
Lo guardavo ed era triste, tossiva e aveva gli occhi rossi. Era un Dio malato, depresso, che fumava perchè la donna che amava non lo corrispondeva più, o forse non lo aveva mai corrisposto, era uscita ed aveva lasciato la porta aperta.
Dio fissava la porta come in attesa di un suo rientro, avrebbe spento la sigaretta, lo so, e salvato milioni di vite. E forse lei avrebbe fatto aria chiudendo la porta e io sarei volato via, un volo lungo chiamato paradiso, fino a schiantarmi su qualche mobile di ebano della sua lussuosa cucina.
Ma lei non è tornata ed io mi sono svegliato.
Per fortuna era un sogno.
Per sfortuna era un sogno.
La porta aperta non è quella di Dio, ma la mia.
Ho acceso una sigaretta, con lo sguardo triste, gli occhi rossi e la tosse facile.
E' quasi ora di pranzo, mi preparo qualcosa.
Preparo un intingolo con olio, rosmarino, alloro, aceto balsamico, timo, pepe nero. Ho un bel pezzo di carne conservato in frigo, è controfiletto scelto.
Lo taglio lasciandolo di 10 cm di spessore, intanto faccio scaldare in modo molto forte la piastra.
Quando è rovente vi cuocio 7 minuti per parte il pezzo di carne e intanto scaldo il forno a 140 gradi. Preparo una pirofila con alloro e olio. Tolgo il controfiletto dalla piastra, lo metto nella pirofila, lo lascio in forno altri 10 minuti.
Quando lo estraggo lo ripongo sul tagliere, lo taglio a fettine sottili, verifico che abbiano almeno 4 colori, da un nero intenso ad un rosso intenso, e che al cuore siano calde.
Salo abbondantemente con sale grosso e fine.
Ecco la tagliata di manzo.

Ingredienti per due persone

500 gr di controfiletto di manzo argentino
olio timo rosmarino alloro pepe nero Q.B.
Sale Q.B.

Consigliato un Vino rosso barricato come il CHIO della Cantina di Mogoro.

Possibilmente gustarsela con il tramonto di Torre dei corsari davanti agli occhi.