Una bufera può durare tre giorni, una bufera ti consiglia vivamente di stare chiuso in casa. Non te lo manda a dire, o forse sì, dai venti forti dal sapore amaro, che ti rimbalzano in faccia appena esci dalla porta, mentre lei sta giungendo a bordo della sua carrozza di pioggia e grandine, sui cavalli neri dei cirrocumuli orientali.
Una bufera ti avvisa, una bufera ti mette in guardia, una bufera ti sfida. Tu puoi decidere ogni volta, se cedere al suo monito, se fare un passetto indietro, impacciato e prudente, oppure se ardentemente prenderla di petto, lasciarti travolgere, guardarla negli occhi come si guarda un leone che ti sta per sbranare.
Una bufera mi ha sfidato e lo ha fatto per tre giorni, questa volta no, non mi sono ritirato. Ho accettato lo scontro, ho preparato i miei guantoni, rossi del sangue di vecchie ferite, i miei pantaloncini, corti come le speranze che mi accompagnano, la mia canottiera, opaca come i pensieri di chi non sa esattamente cosa fare.
Una bufera ha bussato alla mia finestra e mi ha chiesto di seguirla, mi sono gettato nel vuoto incrociando le spine di un rovo che prima, sono certo non fosse lì.
Ho iniziato a correrle dietro, credendo fosse spaventata dal mio ardore, nella sua fuga verso un rifugio che certamente avrei espugnato.
Ho seguito la bufera fino al suo castello, attraverso le sue stanze, l’ho inseguita negli interstizi, oltre gli specchi e al di sopra dei letti, l’ho inseguita senza mai acciuffarla.
Quando è svanita nel nulla dell'obliò, mi sono guardato intorno accorgendomi di essermi perso, i vestiti strappati, la pelle disidrata, il volto bianco esamine e la terra che girava.
Una bufera non ti sfida, passa e ti lascia la pace, se hai voglia di rimanere in pace.
Una bufera non ti vede, non sa chi sei e non ti ricorderà dopo averti seminato. Ad una bufera non interessa quello che cerchi, non vuole conoscere i tuoi veri desideri, le tue sensazioni, il tuo coraggio, la tua idea di piacere.
Specialmente quando ha un corpo da donna, una mente da uomo, due occhi grandi e verdi e un viso scolpito nel ghiaccio che riflette soltanto sé stessa.
Ho voglia di sentirmi a casa ora, preparo un soffritto di cipolla e aglio, salsiccia fresca a cui ho tolto il budello e secca, carne trita a rosolare, aggiungo del vino bianco e lascio sfumare, passo i pomodori pelati li aggiungo a completa ebollizione dell’alcol, aggiungo del brodo vegetale, lascio sbollentare, abbasso il fuoco e metto un coperchio. Ho tempo tre ore prima che sia pronto per riprendere la strada giusta della mia vita. E’ un tempo troppo lungo per potervi davvero riuscire. Dopo tre ore circa, aggiungo basilico, cucino a parte gli gnocchetti sardi, manteco insieme gnocchetti e ragù aggiungendo del pecorino stagionato appena grattuggiato e il ragù alla campidanese è pronto.
Ingredienti per 4 persone
200 g carne trita
150 g salsiccia fresca
50 g salsiccia secca
1 spicchio d’aglio
1 cipolla
olio extravergine d’oliva q.b.
vino bianco q.b.
basilico q.b
brodo vegetale, due mestoli
200 g di pomodori pelati
400 g di gnocchetti sardi
Vino consigliato Cannonau di Mogoro, Vignaruja
Raffiche di sensi fra odori e sapori, la porta aperta e sbattente sulla vita: le suggestioni dello Chef dell'Hotel Sabbie d'oro sulle dune di Torre dei Corsari
martedì 22 novembre 2011
mercoledì 2 novembre 2011
Un ricordo di luce
L'ora solare è tutt'altro che solare. Toglie sessanta minuti di luce al pomeriggio per restituirli a mattine che mi vedono puntualmente a letto. Anticipa il tramonto ed elimina il piacere visivo che premette come aperitivo naturale, il nutrimento serale, la cena.
Una nuvola rossa insegue il ricordo odierno, nel tentativo di fissare un'immagine occidua, di non permetterle di accodarsi al sole che ribelle ogni maledetto dì mi lascia da solo al buio, in notti lunghe e rumorose, per i venti autunnali e per le mie ossa ed i miei muscoli che stridono di dolore in questi strani novembrini giorni.
Sfumature di vermiglio incrociate al grigio e al nerastro che in lontananza annuncia scrosci poco rassicuranti, i rombi che ricordano il rauco tossire di quei maestri severi, che da piccolo mi incutevano un timore riverenziale, con i loro passi cadenzati, con gli sguardi corrucciati, quella pelle sciupata e segnata da rughe che in uno strano gioco di parole, sembravano più righe su cui era scritta una dura e cruenta sentenza per gli studenti meno obbedienti.
Ma anche un ricordo di luce ha la sua ombra nascosta. E tutti i miei ricordi di luce le loro ombre le gettano in mari agitati, centrifughe naturali che ripuliscono nell'oblìo i particolari più belli di una vita condotta all'insegna della folle ricerca della felicità. Folle perchè mai logica, mai priva di stupore, mai rilassata su una normale routine di amore e famiglia.
Mi guardo intorno ed è il buio della notte. Il ricordo rimane, ma gli occhi non lo vedono, lo vede la mente ed un cuore stanco che si concentra sulla fame e sul sonno crescente.
E' il buio dei tempi, il buio delle voci che mi circondano e ridondano parlando di sentieri della geopolitica in fiamme, fra alberi di benessere sociale e foglie secche e morte di un sistema economico incapace. E' il buio delle mani che modellano una statua o che dipingono un quadro o che scrivono una poesia, il buio che le avvolge nel non senso della loro opera, nel non domani, nellla non eredità morale e spirituale di ciò che costruiscono.
E' il buio dell'anima, mentre l'individualità che la illuminava si spegne e lascia solo il fumo alabastro di un totalitarismo silente, fatto della menzogna della scelta, effige sacra della nostra epoca.
Accendo un incenso alla cannella per rendere più dolce il sapore di una notte che ora irradio con puntino di fuoco, come una nuvola rossa, in un tramonto che fugge, in mezzo all'universo imperscrutabile dalla nostra pochezza.
La cannella suscita un contrasto, e mi vien fame per davvero.
Sfiletto della cernia e del pesce sanpietro. Metto dello scalogno tagliato fine in una padella antiaderente, con olio, uno spicchio d'aglio tritato e a pezzetti il pesce sfilettato. Faccio rosolare e aggiungo del vino bianco fino a sfumare. A questo punto metto dei pomodori oskar freschi e pelati, tagliati a tocchetti. Aggiungo del brodo di verdura e dopo aver fatto sbollentare, cuocio a fuoco basso con un coperchio. Aggiungo dell'origano, dei capperi ben lavati e delle olive taggiasca. Cucio le trofie in una pentola a parte e le finisco di mantecare nella padella con il sugo di pesce pronto.
Trofie al sugo di cernia e sanpietro
Ingredienti per 4 persone
100 g di filetto di cernia
100 g di filetto di san pietro
5-6 pomodori oskar
1 scalogno
1 spicchio di aglio
7-8 olive taggiasche
brodo vegetale q.b.
capperi q.b.
olio q.b.
origano q.b.
400 g trofie
Vino consigliato: Semidano di Mogoro
Una nuvola rossa insegue il ricordo odierno, nel tentativo di fissare un'immagine occidua, di non permetterle di accodarsi al sole che ribelle ogni maledetto dì mi lascia da solo al buio, in notti lunghe e rumorose, per i venti autunnali e per le mie ossa ed i miei muscoli che stridono di dolore in questi strani novembrini giorni.
Sfumature di vermiglio incrociate al grigio e al nerastro che in lontananza annuncia scrosci poco rassicuranti, i rombi che ricordano il rauco tossire di quei maestri severi, che da piccolo mi incutevano un timore riverenziale, con i loro passi cadenzati, con gli sguardi corrucciati, quella pelle sciupata e segnata da rughe che in uno strano gioco di parole, sembravano più righe su cui era scritta una dura e cruenta sentenza per gli studenti meno obbedienti.
Ma anche un ricordo di luce ha la sua ombra nascosta. E tutti i miei ricordi di luce le loro ombre le gettano in mari agitati, centrifughe naturali che ripuliscono nell'oblìo i particolari più belli di una vita condotta all'insegna della folle ricerca della felicità. Folle perchè mai logica, mai priva di stupore, mai rilassata su una normale routine di amore e famiglia.
Mi guardo intorno ed è il buio della notte. Il ricordo rimane, ma gli occhi non lo vedono, lo vede la mente ed un cuore stanco che si concentra sulla fame e sul sonno crescente.
E' il buio dei tempi, il buio delle voci che mi circondano e ridondano parlando di sentieri della geopolitica in fiamme, fra alberi di benessere sociale e foglie secche e morte di un sistema economico incapace. E' il buio delle mani che modellano una statua o che dipingono un quadro o che scrivono una poesia, il buio che le avvolge nel non senso della loro opera, nel non domani, nellla non eredità morale e spirituale di ciò che costruiscono.
E' il buio dell'anima, mentre l'individualità che la illuminava si spegne e lascia solo il fumo alabastro di un totalitarismo silente, fatto della menzogna della scelta, effige sacra della nostra epoca.
Accendo un incenso alla cannella per rendere più dolce il sapore di una notte che ora irradio con puntino di fuoco, come una nuvola rossa, in un tramonto che fugge, in mezzo all'universo imperscrutabile dalla nostra pochezza.
La cannella suscita un contrasto, e mi vien fame per davvero.
Sfiletto della cernia e del pesce sanpietro. Metto dello scalogno tagliato fine in una padella antiaderente, con olio, uno spicchio d'aglio tritato e a pezzetti il pesce sfilettato. Faccio rosolare e aggiungo del vino bianco fino a sfumare. A questo punto metto dei pomodori oskar freschi e pelati, tagliati a tocchetti. Aggiungo del brodo di verdura e dopo aver fatto sbollentare, cuocio a fuoco basso con un coperchio. Aggiungo dell'origano, dei capperi ben lavati e delle olive taggiasca. Cucio le trofie in una pentola a parte e le finisco di mantecare nella padella con il sugo di pesce pronto.
Trofie al sugo di cernia e sanpietro
Ingredienti per 4 persone
100 g di filetto di cernia
100 g di filetto di san pietro
5-6 pomodori oskar
1 scalogno
1 spicchio di aglio
7-8 olive taggiasche
brodo vegetale q.b.
capperi q.b.
olio q.b.
origano q.b.
400 g trofie
Vino consigliato: Semidano di Mogoro
venerdì 14 ottobre 2011
Il colore ci salverà
Mi sveglia il rumore di un aereo. Siamo a metà ottobre e sono riprese le esercitazioni. Si muovono in lontananza, con scatti agevoli e pronti. Per certi versi possono essere anche affascinanti, questi volatili della modernità, simbolo stesso dell'arroganza dell'uomo, del suo mettersi al centro di tutto senza porre al centro di tutto la propria umanità. Si levano sul cielo di Capo Frasca, nella verginità perduta, contaminati nelle fibre dell'aria araba che hanno da poco finito di bombardare. Ogni rumore che sento è la sintesi codificata delle urla della gente morta sotto l'inutile teatro di una guerra priva di senso. Per un gioco perverso del dormiveglia cerco anche di trarne un significato. Immagino gli scenari, la memoria che gli uccelli della morte hanno acquisito, immagino persino che un po' si sentano in colpa e che vedendo le dune alte su cui io ora galleggio soffice come una gomma impermeabile in un oceano di oro liquido, tremino e sobbalzino nel ricordo dei deserti libici.
Se chiudo gli occhi vedo una donna bellissima, con un velo al viso, avvolto intorno alla testa, quel tessuto delicato e morbido che ricopre il viso in segno di rispetto e dignità, in culture così lontane da noi, che la nostra assoluta bassa statura spirituale ci impedisce di non temerle.
Se chiudo gli occhi vedo una donna bellissima avvolta da un velo, ma senza armonia, ne vedo gli occhi coperti, semi coperti da una trasparenza, come fosse un fantasma nel mosso di un'agitazione violenta, liberatoria, sofferente... la bocca scoperta come in un blasfemo ribaltamento dei sensi, visibile e urlante nella disperazione.
Un blasfemo ribaltamento del senso, ecco cosa siamo noi, la nostra società perfetta, la nostra grande civiltà liberalizzatrice. Quella civiltà che mentre dichiara al mondo la propria purezza, uccide in carcere ragazzi che stavano solo canticchiando per strada o che detenevano una dose di roba al di sopra del consentito. Li uccide di botte, come uccide ragazze che hanno subito violenza sessuale solo perchè hanno il coraggio di denunciarlo. Quella civiltà che mentre esporta la democrazia non permette ai propri cittadini di scegliere la propria salute, imponendo attività inquinanti a popolazioni che sono storicamente marginali, ma di cui comprano il consenso attraverso la paura e le briciole di una grande torta. Quella civiltà che indica come ignoranti tradizioni millenarie mentre il proprio modo di profondere cultura è quello di togliere fondi a scuole che crollano, come è successo in questi giorni ad Arborea.
Se chiudo gli occhi vedo quella donna e sorrido perchè devo la sua vita alla creatività di Cridar, nel suo capolavoro fotografico, e la ringrazio perchè ne apre il sito... sorrido perchè a prescindere da tutti i differenti significati che quella foto avrà assunto per la sua autrice, a prescindere dalla direzione, dal luogo di nascita, dall'infanzia, dalla maturità che essa avrà ricevuto nel dono di un destino dal suo genio, nella mia visione ho creato una dimensione parallela, una linea diversa, un fato simbolico da eroina dell'anti occidente.
Tutto è in bianco e nero, sfumature di un futuro grigio e di un passato che si reinterpreta e si accortaccia su sè stesso, come acceso dal fuoco della verità, che spegne l'iride e lascia solo la cenere bianca.
Ho bisogno di colore, ne ho bisogno in cucina.
Taglio alla julienne 2 peperoni rossi e 2 peperoni gialli, 3 zucchine, 2 carote, affetto del cavolfiore, spezzetto una cipolla e uno spicchio d'aglio, li metto in una padella con dell'olio d'oliva. Li lascio tostare bene, aggiungo dei gamberetti freschi e del brodo, ne finisco la cottura e appena prima di spegnere, cospargo di curry il contenuto della padella.
Faccio bollire 4 etti di riso a parte, lo raffreddo e lo verso nella padella. Aggiungo un po' di sale e mescolo il tutto.
Ecco il risotto sabbie d'oro per 4 persone. Lo servo ai miei ultimi clienti della stagione, consigliando un buon Torbato di Alghero come vino da affiancare.
Ingredienti:
2 peperoni gialli
2 peperoni rossi
3 zucchine
2 carote
1/2 cavolfiore
1 cipolla
1 spicchio d'aglio
olio d'oliva q.b.
brodo vegetale q.b.
sale q.b
curry q.b. (intorno ai due cucchiai)
400 g riso paraboiled
Se chiudo gli occhi vedo una donna bellissima, con un velo al viso, avvolto intorno alla testa, quel tessuto delicato e morbido che ricopre il viso in segno di rispetto e dignità, in culture così lontane da noi, che la nostra assoluta bassa statura spirituale ci impedisce di non temerle.
Se chiudo gli occhi vedo una donna bellissima avvolta da un velo, ma senza armonia, ne vedo gli occhi coperti, semi coperti da una trasparenza, come fosse un fantasma nel mosso di un'agitazione violenta, liberatoria, sofferente... la bocca scoperta come in un blasfemo ribaltamento dei sensi, visibile e urlante nella disperazione.
Un blasfemo ribaltamento del senso, ecco cosa siamo noi, la nostra società perfetta, la nostra grande civiltà liberalizzatrice. Quella civiltà che mentre dichiara al mondo la propria purezza, uccide in carcere ragazzi che stavano solo canticchiando per strada o che detenevano una dose di roba al di sopra del consentito. Li uccide di botte, come uccide ragazze che hanno subito violenza sessuale solo perchè hanno il coraggio di denunciarlo. Quella civiltà che mentre esporta la democrazia non permette ai propri cittadini di scegliere la propria salute, imponendo attività inquinanti a popolazioni che sono storicamente marginali, ma di cui comprano il consenso attraverso la paura e le briciole di una grande torta. Quella civiltà che indica come ignoranti tradizioni millenarie mentre il proprio modo di profondere cultura è quello di togliere fondi a scuole che crollano, come è successo in questi giorni ad Arborea.
Se chiudo gli occhi vedo quella donna e sorrido perchè devo la sua vita alla creatività di Cridar, nel suo capolavoro fotografico, e la ringrazio perchè ne apre il sito... sorrido perchè a prescindere da tutti i differenti significati che quella foto avrà assunto per la sua autrice, a prescindere dalla direzione, dal luogo di nascita, dall'infanzia, dalla maturità che essa avrà ricevuto nel dono di un destino dal suo genio, nella mia visione ho creato una dimensione parallela, una linea diversa, un fato simbolico da eroina dell'anti occidente.
Tutto è in bianco e nero, sfumature di un futuro grigio e di un passato che si reinterpreta e si accortaccia su sè stesso, come acceso dal fuoco della verità, che spegne l'iride e lascia solo la cenere bianca.
Ho bisogno di colore, ne ho bisogno in cucina.
Taglio alla julienne 2 peperoni rossi e 2 peperoni gialli, 3 zucchine, 2 carote, affetto del cavolfiore, spezzetto una cipolla e uno spicchio d'aglio, li metto in una padella con dell'olio d'oliva. Li lascio tostare bene, aggiungo dei gamberetti freschi e del brodo, ne finisco la cottura e appena prima di spegnere, cospargo di curry il contenuto della padella.
Faccio bollire 4 etti di riso a parte, lo raffreddo e lo verso nella padella. Aggiungo un po' di sale e mescolo il tutto.
Ecco il risotto sabbie d'oro per 4 persone. Lo servo ai miei ultimi clienti della stagione, consigliando un buon Torbato di Alghero come vino da affiancare.
Ingredienti:
2 peperoni gialli
2 peperoni rossi
3 zucchine
2 carote
1/2 cavolfiore
1 cipolla
1 spicchio d'aglio
olio d'oliva q.b.
brodo vegetale q.b.
sale q.b
curry q.b. (intorno ai due cucchiai)
400 g riso paraboiled
lunedì 3 ottobre 2011
Un risveglio agitato e affamato
E' ottobre e fa caldo. Sembra un ossimoro ma non lo è. Ho visto un agosto con un mare agitato e un forte vento di maestrale, quasi quasi veniva voglia di accenderlo quel camino, nella sala gremita di anime inquiete, che guardavano il soffitto in legno come si guarda il cielo in attesa di un sogno divino. Lei non c'è, la porta è aperta, penso che sia andata via, in realtà non è qui da troppo tempo ormai. Esco dal dormiveglia come Leonardo di Caprio in Inception, e mi ricordo che fra una settimana lo daranno in tv, che effetto strano, un film visto su uno schermo del pc come se esistesse solo per te, vederlo spiattellato su uno strumento mediatico di massa. Il sogno è qualcosa che mi impaurisce, non parlo degli incubi, quelli mi terrorizzano, ma di tutti i sogni, anche dei più belli. In fondo è un megascreen in cui il tuo inconscio ti spiattella desideri irrisolti, amplifica il tuo stato d'angoscia e di insoddisfazione, ti mette a volte energia, ma quella energia ansiosa, quell'energia che ti spinge a cercare un quadro che la tua ragione non potrebbe e forse non vorrebbe concepire.
Ho sempre pensato che io non sono tutto me stesso. Che l'io è un ospite del sè, una parte, una specie di pilota che cerca di condurre un aereo che non ha costruito e di cui non conosce tutti i meccanismi automatici. Il fatto è che prima di partire nessuno di noi può fare una check list con l'equipaggio e che in fondo l'equipaggio non esiste perchè la compagnia si chiama solitudine.
C'è il sole e fa caldo. Stanotte ho fatto un sogno.
Ho sognato che il mondo era una gran sigaretta fumata da Dio, che mentre il signore aspirava lunghe boccate che bruciavano tutto e ci rendevano lentamente cenere io l'osservavo da fuori, già granello grigio depositato su un posacenere d'oro.
Lo guardavo ed era triste, tossiva e aveva gli occhi rossi. Era un Dio malato, depresso, che fumava perchè la donna che amava non lo corrispondeva più, o forse non lo aveva mai corrisposto, era uscita ed aveva lasciato la porta aperta.
Dio fissava la porta come in attesa di un suo rientro, avrebbe spento la sigaretta, lo so, e salvato milioni di vite. E forse lei avrebbe fatto aria chiudendo la porta e io sarei volato via, un volo lungo chiamato paradiso, fino a schiantarmi su qualche mobile di ebano della sua lussuosa cucina.
Ma lei non è tornata ed io mi sono svegliato.
Per fortuna era un sogno.
Per sfortuna era un sogno.
La porta aperta non è quella di Dio, ma la mia.
Ho acceso una sigaretta, con lo sguardo triste, gli occhi rossi e la tosse facile.
E' quasi ora di pranzo, mi preparo qualcosa.
Preparo un intingolo con olio, rosmarino, alloro, aceto balsamico, timo, pepe nero. Ho un bel pezzo di carne conservato in frigo, è controfiletto scelto.
Lo taglio lasciandolo di 10 cm di spessore, intanto faccio scaldare in modo molto forte la piastra.
Quando è rovente vi cuocio 7 minuti per parte il pezzo di carne e intanto scaldo il forno a 140 gradi. Preparo una pirofila con alloro e olio. Tolgo il controfiletto dalla piastra, lo metto nella pirofila, lo lascio in forno altri 10 minuti.
Quando lo estraggo lo ripongo sul tagliere, lo taglio a fettine sottili, verifico che abbiano almeno 4 colori, da un nero intenso ad un rosso intenso, e che al cuore siano calde.
Salo abbondantemente con sale grosso e fine.
Ecco la tagliata di manzo.
Ingredienti per due persone
500 gr di controfiletto di manzo argentino
olio timo rosmarino alloro pepe nero Q.B.
Sale Q.B.
Consigliato un Vino rosso barricato come il CHIO della Cantina di Mogoro.
Possibilmente gustarsela con il tramonto di Torre dei corsari davanti agli occhi.
Ho sempre pensato che io non sono tutto me stesso. Che l'io è un ospite del sè, una parte, una specie di pilota che cerca di condurre un aereo che non ha costruito e di cui non conosce tutti i meccanismi automatici. Il fatto è che prima di partire nessuno di noi può fare una check list con l'equipaggio e che in fondo l'equipaggio non esiste perchè la compagnia si chiama solitudine.
C'è il sole e fa caldo. Stanotte ho fatto un sogno.
Ho sognato che il mondo era una gran sigaretta fumata da Dio, che mentre il signore aspirava lunghe boccate che bruciavano tutto e ci rendevano lentamente cenere io l'osservavo da fuori, già granello grigio depositato su un posacenere d'oro.
Lo guardavo ed era triste, tossiva e aveva gli occhi rossi. Era un Dio malato, depresso, che fumava perchè la donna che amava non lo corrispondeva più, o forse non lo aveva mai corrisposto, era uscita ed aveva lasciato la porta aperta.
Dio fissava la porta come in attesa di un suo rientro, avrebbe spento la sigaretta, lo so, e salvato milioni di vite. E forse lei avrebbe fatto aria chiudendo la porta e io sarei volato via, un volo lungo chiamato paradiso, fino a schiantarmi su qualche mobile di ebano della sua lussuosa cucina.
Ma lei non è tornata ed io mi sono svegliato.
Per fortuna era un sogno.
Per sfortuna era un sogno.
La porta aperta non è quella di Dio, ma la mia.
Ho acceso una sigaretta, con lo sguardo triste, gli occhi rossi e la tosse facile.
E' quasi ora di pranzo, mi preparo qualcosa.
Preparo un intingolo con olio, rosmarino, alloro, aceto balsamico, timo, pepe nero. Ho un bel pezzo di carne conservato in frigo, è controfiletto scelto.
Lo taglio lasciandolo di 10 cm di spessore, intanto faccio scaldare in modo molto forte la piastra.
Quando è rovente vi cuocio 7 minuti per parte il pezzo di carne e intanto scaldo il forno a 140 gradi. Preparo una pirofila con alloro e olio. Tolgo il controfiletto dalla piastra, lo metto nella pirofila, lo lascio in forno altri 10 minuti.
Quando lo estraggo lo ripongo sul tagliere, lo taglio a fettine sottili, verifico che abbiano almeno 4 colori, da un nero intenso ad un rosso intenso, e che al cuore siano calde.
Salo abbondantemente con sale grosso e fine.
Ecco la tagliata di manzo.
Ingredienti per due persone
500 gr di controfiletto di manzo argentino
olio timo rosmarino alloro pepe nero Q.B.
Sale Q.B.
Consigliato un Vino rosso barricato come il CHIO della Cantina di Mogoro.
Possibilmente gustarsela con il tramonto di Torre dei corsari davanti agli occhi.
domenica 25 settembre 2011
Fra due guanciali e un piatto di pasta al guanciale sardo
Sono le 13 e un quarto dell'ultima domenica di Settembre. E' il primo giorno veramente uggioso da marzo a questa parte e le gocce sparse di una pioggia non fitta, non temporalesca, ma rigorosamente costante e autunnale sono sbarre che chiudono quella che potrei definire la stagione più intensa della storia di Sabbie d'Oro. Non tanto per la crisi economica, che ha scavato e scava il suo tunnel sotterraneo in tutto il globo, provocando frane e terremoti mai visti prima dal sistema capitalista. No, io non sto parlando di matematica, di numeri, di conti e di calcoli. Parlo di umanità, di esistenza, di carne e di pelle.
Immagino questo posto, con le sue colonne che grondano di un sudore grasso, capace di assorbire la dolcezza e l'asprezza della gente che vi passa. Una dolcezza e un'asprezza capace di lasciare il segno in un 2011 fatto di inatteso ritorno alla semplicità terrena e di altrettanta inattesa ascesa di profondità spirituale.
Un cono che scava, appuntito di bellezza e allo stesso tempo di dolore, come succede ad un popolo di schiavi che prende coscienza di essere tale, dove i caratteri individuali si distinguono, ma come in una patina, in una bolla di solidarietà condivisa, dove alla fine ci si accorge tutti di essere sul titanic e l'iceberg ci ha già colpito.
Ripenso ai visi segnati, alla stanchezza fisica e morale di persone in fuga dall'altro da sè, che arrivano convinti di riconciliarsi al sè, anche se, anche se, a volte forse pure riescono, lo trovano e lo lasciano perdersi in un bicchiere di Roccarubia o in un sugo di cernia asciutto al punto giusto.
Ma in fondo quest'anno ci sono stati più tramonti, e la luce del tramonto confonde le ombre, le allunga, come in fondo fa la vita vera. Siamo ombre che si intrecciano e che danno senso alla luce, le danno direzione.
Nelle nostre imperfezioni leggiamo l'ontologia perfetta dell'essere umano, e possiamo salvare la nostra specie.
Quest'anno c'era molta specie, ho riconosciuto il volto della mia specie, e questo grazie agli ospiti, ai conviviali che hanno accarezzato il cibo che ho preparato con umiltà e nel servire ho ricevuto servizio.
La dama bianca pulisce i miei pensieri. E' gelosa e occupa i mobili di propri suppellettili dopo aver dato la polvere, i ricordi non servono se non sono connessi a lei.
Mi fermo ad osservare il mio sogno, ma l'ora si fa tarda e anche se la stagione è avviata al termine, mi ricordo che devo cucinare.
Faccio soffriggere cipolla e aglio insieme ad alloro e rosmarino e al guanciale a piccole fette che ricordano le caramelle alla coca cola che mangiavo da piccolo, che nostalgia! Nel mentre pelo dei pomodori e li taglio a dadini. Quando l'olio soffrigge bene butto il pomodoro, ne sento il tuono, il fragore che ne esalta l'effluvio. Aggiungo del brodo vegetale che preferisco al sale perchè interagisce bene col pomodoro, ne toglie l'acidità e ne corregge l'odore. Un po' di vino rosso, poche gocce, e poi lascio andare a fuoco alto qualche minuto.
Abbasso la fiamma, un po' di peperoncino, metto un coperchio e grattuggio del pecorino stagionato che userò al momento di mantecare la pasta. Dieci minuti e il sugo di guanciale sardo è pronto...
Consiglio mezze maniche o pasta riccia, eviterei il bucatino se non volete per forza aumentare il peso della vostra prossima lavatrice.
Ingredienti per 2 persone
1 piccola cipolla, uno spicchio d'aglio
1 foglia di alloro
1 ramoscello di rosmarino intero
1/2 bicchiere di vino rosso
5 pomodori freschi
15 dadini di guanciale
1 dado vegetale
pecorino grattuggiato Q.B.
peperoncino Q.B.
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